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martedì 28 giugno 2011

“TAGLIARE E’ UN OBBLIGO, SULLA SCUOLA UN DELITTO”, di MAURIZIO FERRERA

MAURIZIO FERRERA dal Corriere della Sera del 23 giugno 2011

Alla scuola servono incentivi, non tagli

La crisi greca sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione Europea. Il pericolo immediato è il default del debito sovrano di Atene. Ma la vera sfida è più generale e riguarda tutti: come conciliare stabilità delle finanze pubbliche, crescita economica e coesione sociale dopo la grande crisi? La nuova architettura di governance messa a punto negli ultimi mesi affida la gestione della stabilità alle autorità sovranazionali, in base a regole molto stringenti. Crescita e coesione restano invece di competenza dei governi, sostenuti in modo soft dalla cosiddetta strategia Ue-2020. Sulla carta, nulla da eccepire. Nei fatti però questa architettura sta producendo tensioni sempre più forti. La conciliazione fra i tre obiettivi può funzionare bene solo in Germania e nei Paesi nordici. Qui la crisi sembra ormai acqua passata, il suo impatto sociale è stato assorbito dal welfare e l’economia ha ricominciato a tirare. Portogallo, Irlanda, Grecia, e (in parte) la Spagna si trovano all’estremo opposto: per i quattro «pigs» (l’acronimo spregiativo che in inglese significa maiali) il recupero della stabilità è un insidioso percorso a ostacoli, richiede enormi sacrifici sociali e sta già provocando marcate turbolenze politiche. La crisi non ha peraltro allentato la morsa, il Pil è fermo o ancora in diminuzione. Fra questi due estremi stanno gli altri Paesi dell’eurozona. Alcuni (come l’Olanda) sono più vicini al gruppo dei virtuosi, altri (come il Belgio e soprattutto l’Italia) sono più vicini ai viziosi. Tutti si trovano però a fronteggiare lo stesso «trilemma» : il pareggio di bilancio entro il 2014 e la successiva riduzione del debito richiedono imponenti tagli di spesa; ma se si taglia il welfare, saltano coesione e consenso politico; se invece si tagliano gli investimenti (infrastrutture e capitale umano), l’economia arranca. Di fronte al dramma greco, le difficoltà dei Paesi «in mezzo al guado» possono sembrare superabili. Eppure è proprio qui, nella pancia continentale dell’Unione (Germania esclusa), che si gioca la vera scommessa. Se il circolo virtuoso della crescita inclusiva non decolla, l’Unione economica e monetaria potrebbe disgregarsi ed il consenso popolare nei confronti dell’integrazione potrebbe erodersi in misura irreversibile. L’attenzione delle istituzioni e dei leader europei è in questi giorni comprensibilmente concentrata sulla crisi greca. Nei circoli di Bruxelles e nei principali think tanks europei è però già emersa la consapevolezza che gli attuali assetti di governance debbano essere ricalibrati. Sul piano delle proposte, gli orientamenti sono essenzialmente due, peraltro complementari fra loro. Il primo riguarda il bilancio Ue, che dovrebbe essere interamente mobilitato verso il raggiungimento degli obiettivi di crescita e inclusione, senza sprechi e dispersioni. L’Unione dovrebbe poi varare al più presto i cosiddetti Euro project bonds per finanziare grandi progetti d’investimento. In questo modo la strategia Ue-2020 si trasformerebbe da una semplice cornice programmatica e di coordinamento ad un vero e proprio piano di azione corredato da adeguate risorse finanziarie. Il secondo orientamento riguarda i bilanci nazionali. Qui occorrono incentivi per assicurare la qualità delle manovre di consolidamento. È preoccupante constatare che in una buona metà dei Paesi membri vi è stata una significativa riduzione della spesa per istruzione a fronte di una stabilità (o aumento) di quella pensionistica. Ben sappiamo che senza potenziamento del capitale umano non vi può essere crescita «buona» ed equa. Quali incentivi? Si potrebbe ad esempio stabilire che, a certe condizioni (poniamo: innalzamento dell’età pensionabile, come vorrebbe la Merkel), alcuni consumi nel settore dell’istruzione possano essere trattati come investimenti, beneficiando di un trattamento di favore nel computo dei saldi di bilancio. Qualcuno propone la stipula di un vero e proprio «Patto per gli investimenti sociali» che si affianchi al patto «Euro-plus» : sostegni finanziari dall’Europa e permessi condizionati di spesa, ma solo per giustificati motivi di investimento sociale, soprattutto a favore dei giovani. Nell’appello pubblicato ieri dal Corriere, gli Amici dell’Europa esortano i leader Ue a rilanciare il progetto d’integrazione con iniziative capaci di rassicurare l’opinione pubblica. L’obiettivo della crescita inclusiva ha un forte potenziale di richiamo. Ma servono risultati concreti, in tempi rapidi. E dunque una leadership politica finalmente all’altezza della situazione.

giovedì 16 giugno 2011

I precari assediano Brunetta: «Ecco la frutta...»

«Dopo gli insulti (“Siete l'Italia peggiore”: VIDEO), la sfida, sprezzante. Chi non ha lavoro vada a scaricare le cassette della frutta al mercato. Questo il messaggio che Brunetta aveva lanciato ai precari dopo gli scontri verbali di questi giorni. E i precari, dopo avergli replicato attraverso Maurizia Russo Spena (Leggi qui l'intervista), lo hanno preso in parola.»

La protesta arriva fino alle porte del ministero dove il comitato 'Il nostro tempo è adesso' organizza un sit-in e blocca il traffico per alcuni minuti al grido «I migliori dell'Italia siamo noi». I dimostranti portano casse di frutta a Brunetta, che aveva invitato i giovani ad andare a scaricare la frutta ai mercati generali, e regalano fragole, banane e copie dei loro diplomi agli automobilisti. «Questi attestati - dice uno dei ragazzi - sono per dire che siamo la generazione più formata e preparata e che il Governo non fa altro che sprecare questa risorsa».
Leggi tutto l'articolo su L'Unità

lunedì 13 giugno 2011

I giovani precari diventeranno anziani bisognosi


By via safatti25.it
«Il sistema pensionistico introdotto nel 1995 penalizza le discontinuità di carriera e la limitata dinamica salariale»
di Vincenzo Galasso, direttore del Centro Dondena Bocconi di ricerca sulle dinamiche sociali
Il precariato che colpisce le giovani generazioni è sotto gli occhi di tutti. Su dieci persone che si affacciano al mercato del lavoro in Italia prima dei 30 anni, solo tre ottengono un lavoro a tempo indeterminato, le altre entrano con una delle oltre quaranta tipologie di contratto a tempo determinato esistenti.
E passare da un contratto a tempo determinato a uno a tempo indeterminato non è semplice: ogni anno riesce solo a poco più del 10% di giovani. Si rimane dunque a lungo in questo limbo, con un salario in media inferiore del 25% a quello dei più fortunati, senza sussidi di disoccupazione e con un percorso lavorativo accidentato, fatto anche di disoccupazione, magari accompagnata dal ritorno a casa dei genitori.
Ma forse non tutti sanno che il precariato lascia un’eredità pesante anche sul futuro delle giovani generazioni, un sigillo che li segue fino alla pensione. Anzi, proprio al termine della loro vita lavorativa, i giovani di oggi scopriranno di dover pagare ancora una volta il conto lasciato loro dai genitori. Le loro pensioni saranno molto meno generose di quelle dei loro padri, e dunque i giovani di oggi saranno verosimilmente forzati, non dalle leggi del parlamento ma da quelle dell’economia, ad andare in pensione più tardi, per potersi garantire un reddito previdenziale adeguato.
Per avere un’idea dell’impatto del precariato di oggi sulle pensioni di domani, consideriamo le carriere lavorative di due ipotetici giovani: Lorenzo e Pierpaolo.
Per le donne, il calcolo sarebbe ancora più impietoso, poiché, almeno in Italia, esse hanno carriere lavorative più discontinue e dunque pensioni tipicamente più basse degli uomini.
Lorenzo è un ragazzo fortunato: inizia a lavorare a 25 anni con un contratto a tempo indeterminato e uno salario mensile di 1.000 euro. Alla fine della sua carriera lavorativa, il suo salario reale supera i 2.000 euro. Se decidesse di andare in pensione a 60 anni, otterrebbe un beneficio previdenziale mensile reale compreso tra i 1.023 e 1.112 euro, con un tasso di sostituzione (il rapporto tra pensione e salario pre-pensionamento) attorno al 55%. Ma, ritardando a 67 anni l’uscita dal mercato del lavoro, la sua pensione reale mensile oscillerebbe attorno ai 1.600 euro, con un tasso di sostituzione dell’80%. Con 42 anni di contributi, Lorenzo otterrebbe dunque lo stesso trattamento previdenziale del padre (ovvero un tasso di sostituzione dell’80%), che di anni ne aveva lavorati 40.
A Pierpaolo le cose vanno meno bene: entra nel mercato del lavoro a 25 anni con un contratto temporaneo, che riesce a mantenere fino ai 28 anni. Per un anno è disoccupato, poi ottiene un lavoro a tempo determinato che tiene fino ai 32, quando si ritrova nuovamente disoccupato. A 33 anni l’ultimo contratto temporaneo che dopo due anni si trasforma in tempo indeterminato. Inoltre Pierpaolo ha un salario mensile di soli 800 euro, che rimane quasi costante, in termini reali, fino a quando ai 33 anni approda al contratto a tempo indeterminato. Alla fine della sua carriera lavorativa, il suo salario reale mensile supera di poco i 1.300 euro. Le difficoltà di inserimento di Pierpaolo hanno dunque segnato la sua carriera lavorativa. Il suo salario reale finale è solo del 62,5% più alto di quello iniziale. Il salario di Lorenzo è invece raddoppiato. Con un sistema previdenziale a contributi definiti, come quello introdotto in Italia dalla riforma Dini del 1995, una carriera lavorativa discontinua e una scarsa crescita salariale si riflettono fortemente sui benefici previdenziali. Se andasse in pensione a 60 anni (come suo padre), Pierpaolo percepirebbe un assegno mensile reale compreso tra i 638 e i 690 euro. È solo lavorando fino a 67 anni che Pierpaolo potrebbe ottenere una pensione mensile reale attorno ai 1.000 euro.
Al momento dunque ai giovani di oggi non rimane che puntare su un forte aumento della longevità che consenta loro di posticipare la pensione e di continuare a lavorare. Tuttavia, una riduzione del dualismo sul mercato del lavoro, ad esempio attraverso l’introduzione di un contratto unico che riduca le differenze tra contratti temporanei e permanenti, consentirebbe ai giovani un migliore inizio della loro vita lavorativa e una vecchiaia più serena.